domenica 10 maggio 2020

Una cassa di te (senza accento)



“Poco prima che il nostro amore finisse, mi hai detto“Sono stabile come una stella polare”.
Ed io ho risposto: “Sempre nell'oscurità, come si fa a trovarla?”.
Comincia con questi versi una delle più belle canzoni sull’amore che continua dopo la separazione.
“A case of you”, questo il titolo, è la penultima traccia di “Blue” di Joni Mitchell, il suo album capolavoro che l’anno prossimo compirà cinquant’anni.
Una canzone delicatissima, in cui è difficile capire dove finisca la bellezza e dove cominici il dolore, a tratti perfino buffa, come quando il testo nomina il paese natale della sua autrice (il Canada) e lei ne approfitta per intonare un frammento dell’inno nazionale.
In un concerto londinese, eseguendo “A case of you” da sola, accompagnandosi col dulcimer, pare che Joni abbia introdotto la canzone dicendo: “Parla del primo rossore dell'amore, ma considerato dopo che l'infatuazione è passata e il romanticismo si è sbriciolato”.
Si dice che sia rimasta con gli occhi chiusi dopo averne terminato l’esecuzione.
Tali dichiarazioni ci fanno ascoltare diversamente perfino il bellissimo ritornello:

“Sei nel mio sangue come vino sacro
Sai di amaro e di dolce
Oh, potrei bere una cassa intera di te, mio caro
E continuerei a reggermi sulle mie gambe”

La metafora alcolica è perfetta per parlare di un amore di cui, sebbene ci stordisca, non ne abbiamo mai abbastanza. Eppure, se di una relazione si parla al passato, quella che apparentemente suona come una promessa cieca di devozione, si capovolge nel suo significato: i versi stanno dicendo che la passione si è fermata prima di trasformarsi in veleno, senza mettere in ginocchio l’individualità e l’amor proprio.
Come si fa a parlare bene e male della stessa cosa contemporaneamente, con toni poetici ma restando ancorati all’amara verità? Anni dopo, ripensando a quando  ha scritto e inciso l’album “Blue”, Joni Mitchell disse: “Nella mia voce non c’era neanche una nota disonesta. In quel momento della mia vita non avevo alcun tipo di difesa personale. Mi sentivo come il cellophane attorno a un pacchetto di sigarette. Mi sembrava di mostrare al mondo ogni mio segreto e non riuscivo a fingere di essere forte. O di essere felice. Il vantaggio fu che anche nella musica non c’erano difese”.

A lungo ci si è chiesto per chi abbia scritto “A case of you”, e tra gli indiziati ci sono nomi illustri, da James Taylor (che nella versione in studio suonava la chitarra acustica) fino ad arrivare a Leonard Cohen. Ma l’indiziato numero uno resta Graham Nash.
Lui, per stare con Joni, aveva lasciato la sua prima moglie, e aveva cambiato continente, trasferendosi in America dall’inghilterra. Ma i pettegolezzi sull’identità della musa ispiratrice perdono di’importanza quando, dopo il primo ritornello, Joni canta uno strano verso: “Sono terrorizzata del demonio e sono attratta da quelli che non ne hanno paura”.

In questi decenni hanno reinterpretato “A case of you” diversi artisti con la a maiuscola, compresi Prince e Tori Amos, giusto per citarne un paio. Ma, a parte l’originale, la mia versione preferita è quella di Salvador Sobral, in un suo disco live di pochi anni fa: privato della sequenza armonica introduttiva che l’aveva reso inconfondibile, il brano è strumentalmente ridotto all’osso, affidato a un minimalissimo pianoforte da lui stesso suonato.
Questo folletto portoghese, che si nasconde dietro i capelli e dentro una giacca che gli va evidentemente troppo grande, fino a farlo sembrare uno spaventapasseri, nella terza strofa, dopo aver cantato: “Ricordo la volta che mi hai detto “Amare è toccarsi l’anima”, per un attimo soltanto alza la voce.
E non in un punto a caso, ma prima di dire: “Di sicuro tu hai toccato la mia”: l’unica frase sicura  in un testo straziante.

Ci sono diverse immagini poetiche in questo brano, ma quella che amo maggiormente è la più semplice in assoluto. Torniamo all’inzio. Lui, che si chiami Graham, Leonard o James, prima che il loro amore finisca si definisce stabile come la stella polare. E come risponde, quando lei lo provoca, accusandolo di stare sempre nell’oscurità, chiedendo come sia possibile trovarlo?
Risponde così, con una frase semplice e bellissima: “Se mi vuoi, mi trovi al bar”.
Come se l’umanità fosse un minuscolo paese di provincia, con un’unica piazza e un solo bar.
Rilke diceva che l’eterno parla a bassa voce col quotidiano, o viceversa, non mi ricordo.  Di sicuro il tragitto che li separa è brevissimo.


https://www.youtube.com/watch?v=e5JnWhEqq1s

giovedì 2 aprile 2020

Puzzette


R., 8 anni, durante la videochiamata odierna su whatsapp, a un certo punto deraglia bruscamente off topic. Forse lo fa perché ne sente l’esigenza, può darsi che sia stanco.
Sebbene i sessanta minuti in cui lo aiuto a fare i compiti volino via molto velocemente,  glielo concedo. Magari è la volta buona che il cellulare di suo padre trova pace. Quella videocamera forse inquadrerà finalmente un punto fisso e il mio stomaco smetterà di fare la centrifuga insieme a lei.



R: - Lorenzo, ti piacerebbe essere un bullo?
Io: - Un bullo, io??? Mai e poi mai!

Segue mio inevitabile, doveroso, breve ma intenso monologo sul bullismo. Dal modo in cui l’ho preso sul serio, capisco di essere un po’ stanco anch’io.
Quando finisco di dire la mia, sperando di averlo fatto in modo convincente e non troppo retorico, gli rilancio la palla.

Io: - Perché me l’hai chiesto, R.? A te piacerebbe essere un bullo?
R: - Sì!
Io: - E come mai? Per fare cosa?

Quando ascolto la sua risposta rido e contemporaneamente tiro un sospiro di sollievo.

Provo a tranquillizzarlo, a dirgli che per fare ciò che desidera non serve essere un bullo nè tantomeno diventarlo. Ma in verità non sono sicuro di averlo convinto: col senno di poi, temo che che il suo desiderio non fosse generico ma collocabile precisamente nel cosiddetto qui e ora.



Chissà se c’entra qualcosa quel letto su cui lo intravedo, telefono iperattivo permettendo, col quadernone sulle ginocchia mentre prova a fare i compiti. Lo vedo accovacciato lì sopra  per sessanta minuti al giorno e neppure tutti i giorni, ma chissà quanto tempo starà passando lì sopra in questi giorni.

Chissà se c’entrano qualcosa la troppa permanenza nel suo bilocale, che ha grandi macchie d’umido sul soffitto, e la sopportazione logistica col fratellino minore, che sfida la sua e la mia concentrazione saltando su quel letto e gridando a intervalli regolari “Mamma!”.
Conosco l’ironia di R., estrosa e un po’ visionaria. Oggi, ad esempio, alla fine della videochiamata mi ha salutato dicendo: “Ci vediamo domani, lumaca!”. Eppure non sono proprio sicuro che prima stesse scherzando quando, in risposta alla mia domanda, ha detto:
- Io vorrei essere un bullo per fare le puzzette nei cortili degli altri!

lunedì 23 marzo 2020

Lasciarsi ispirare da un'emoticon



Ḗ possibile allenarsi a guardare l’altro concentrandosi su quello che c’è e non su quello che manca. Difficile, ma non impossibile. Alcuni esaltano questa possibilità come un pregio, se la rivendono come un merito. In realtà è solo un allenamento che, come molte altre pratiche, se esercitato con la dovuta costanza, non tarda a premiarti con dei risultati.

Facilita ad esempio la nascita di vincoli affettivi germogliati in contesti ostili e in barba a prerequisiti del tutto scoraggianti.
C’è sola una piccola controindicazione: quando ti stanchi di vedere il bicchiere mezzo pieno e metti l’altro sull’uscio, perchè fermo sulla soglia ti fa solo ombra, può diventare difficile dargli il calcio definitivo nel sedere, quello utile a spazzarlo fuori dal tuo campo visivo.
Succede perché hai interiorizzato l’allenamento allo sguardo positivo e questo presunto pregio, ormai abusato, ti si ritorce contro tramutandosi nel suo opposto, cioè in un difetto.
E allora bisogna ripescare l’antico consiglio dei nonni, quello che invitava a pensare alla salute. Avere l’intelligenza di fare per una volta quello che non fai mai: capovolgere completamente la prospettiva, concentrando l’analisi sull’altra parte, quella volontariamente trascurata. Sparare il faro sulle cose che in precedenza tu stesso hai spinto negli angoli, zumare sul bicchiere mezzo vuoto, su ciò che non c’è e di cui, ammettilo, senti la mancanza.
In casi estremi, imparare dalla semplicità brutale di un’emoticon può diventare l’uscita d’emergenza verso la salvezza. Ispirarsi ad un’emoticon serve a capire che è facile, basta veramente poco, anche fuori dallo schermo del telefono.
Al polso infatti è sufficiente eseguire una mezza pirouette per trasformare un pollice all’insù in un pollice verso.

sabato 12 ottobre 2019

Un centimetro al giorno




A volte siamo capaci di fare di tutto, pur di non fare l’unica cosa che desideriamo veramente.
Magari fosse una forma lucida di abnegazione, un voto consapevole di infelicità.
Purtroppo non è un’amputazione, non esce sangue e non ci sono cicatrici, almeno apparentemente.
Non c’è diagnosi, prognosi, decorso né convalescenza. In realtà stai benissimo.
Manca perfino un evento spartiacque, un trauma da scaraventare prima nell’oblio e da far riemergere poi attraverso ricordi confusi.
Succede un poco alla volta, abituandosi a fare spallucce, allenandosi a distogliere lo sguardo, continuando a ripetere: “Poi vediamo”.
Si possono coprire distanze enormi indietreggiando di un centimetro al giorno.

domenica 18 agosto 2019

Auguri, Soviet Kitsch!


Il 18 Agosto del 2004 usciva "Soviet Kitsch" di Regina Spektor.
Lo avrei scoperto, come molta della musica che ascoltavo all'epoca, grazie al mio amico Sergio, che mi faceva conoscere artisti nuovi tramite continui omaggi di cd pezzotti e  compilation miste.
Sì, "Compilation", all'epoca non si chiamavano mica "Playlist" e la musica, tra persone che si volevano bene, era uno scambio che passava ancora attraverso la materia.

Lo conobbi un po' in ritardo, Soviet Kitsch.
Allattava ancora dal grosso seno di sua madre Regina, che ha una sesta, ma indossava già salopette da 12 mesi e si esprimeva in balbettii, onomatopee e strane lallazioni, proprio secondo lo stile materno.
Ma che genere di musica era? Buh.

Erano canzoni dalla struttura standard, scritte e suonate da una ragazza bellissima e buffa che aveva studiato pianoforte classico, ma che le cantava in modo quasi comico, a tratti come un soprano, a tratti come una bambina, spesso dando l'impressione di essere completamente ubriaca.
La verità è che era un disco punk.
Non nei suoni  (ma anche sì: basti ascoltare "Your honor"), ma nel karma e nell'attitudine sì, profondamente.

Nel giro di poco tempo la sua mamma sarebbe diventata famosa, "Fidelity" ci avrebbe a lungo perseguitato in radio, il suo bellissimo video sarebbe stato trasmesso a tutte le ore su "All Music".
Sarebbero arrivati altri dischi ben vestiti, dal look accattivante, canzoni che sarebbero diventate sigle di altrettanto famose serie televisive, e quell'album sarebbe rimasto una cosa a parte nella discografia della sua autrice: un gioiello ruspante, sottoprodotto e spontaneo.

Io nel frattempo, un'estate, avrei trovato il coraggio di esibirmi per strada. 
In vacanza nel natio Salento, avevo scelto il lungomare di Santa Maria al Bagno e, senza amplificazione, sovrastato da un vicino karaoke, con uno scirocco che mi incollava i capelli sulla fronte e mi scordava una chitarra che non sapevo accordare, cominciai proprio da "Sailor Song", contenuta in quell'album del 2004, perché quel walzer di tre accordi aveva per me qualcosa di magico e rassicurante.
Una coppietta mi chiese se era una canzone di Bob Dylan e un bambino che si era avvicinato ad ancheggiare, mi mise un euro nel fodero della chitarra, incoraggiato da sua madre. 

Beh, auguri, Soviet Kitsch, che ti stai facendo grande.
Solo oggi, tramite un post su Instagram di mammata Regina Spektor, vengo a sapere che, come me, sei un Leone atipico, di quelli che con le mani smuovono in avanti l'aria e bruciano di nascosto, mandando in crisi gli esperti delle stelle.
Oggi hai quindici anni e no, non "piangi solo in bagno per la festa del tuo compleanno", ma sei un bellissimo adolescente silenziosamente ribelle.

domenica 23 giugno 2019

Il Solstizio della Ragazza con gli Occhi Belli







L’estate è una grandissima stronza perché, dal 21 Giugno in poi, giorno del solstizio, comincia impercettibilmente a sottrarre luce alle giornate.
Proprio quel giorno il mio infradito si è arreso, rompendosi. Complice il fatto che si trattasse di quello che calzava il piede destro, connesso all’energia yang, tale episodio mi ha instillato il dubbio che la stagione appena cominciata sarebbe stata all’insegna della gestione dell’imprevisto.


In serata sono andato a sentire il concerto di una ragazza dagli occhi belli, su un terrazzo che, sebbene fosse a pochi passi da casa mia, non avevo mai visto.
C’è chi canta per vanità, per stare al centro dell’attenzione, chi per fare acrobazie vocali e sentirsi dire che è bravo, chi, come gli uccelli in gabbia, per provare a trasformare la rabbia in qualcos’altro.
Ma c’è anche qualcuno che, nonostante la bellezza della propria voce, canta con una naturalezza disarmante, come se non stesse facendo altro che sganciarsi un bottone per renderti partecipe di una parte nascosta di sè, come se ti facesse cenno di entrare a casa sua e sederti, che il caffè sta già sul fuoco.
La ragazza con gli occhi belli, che appartiene a quest’ultima categoria, appena ha cominciato a cantare è riuscita a fare quel piccolo miracolo tipico di certi artisti quando li incontri attraverso la loro opera o la loro performance: sebbene fossi distante fisicamente da lei, mi sono sentito preso per mano e, mentre i nostri palmi erano l’uno contro l’altro, e scivolavano un poco per via del sudore,  ha fatto diventare progressivamente mia quella che in origine era una sua emozione. Il tutto è perfino accaduto senza che me rendessi conto: un po’ come quando ti innamori, me ne sono accorto quand’era già successo.
Sembrava una presa per mano di collettiva, perché da parte del pubblico si avvertiva un affetto nei suoi confronti che correva rapidamente come un virus, aumentando via via le fila dei contagiati, come un girotondo invisibile in cui lei, dal palco, ci teneva tutti presi per mano e man mano si aggiungeva qualcun altro, facendo diventare il girotondo più grande.


Ciò con cui ci teneva stretti per mano erano insolite e personalissime canzoni d’amore.
Il primo colpo forte al cuore è arrivato con un pezzo sull’amore non corrisposto ma raccontato con un particolare stratagemma narrativo: l’anello debole, la persona rifiutata, si mette nei panni di chi non ricambia, dandogli voce, immaginando cosa direbbe: “Scordami, come se fossi una chitarra, come se fossi quella cosa sfuggita alla lista delle cose da fare”.
Due sue amiche l’hanno raggiunta sul palco. Una delle due la conosco, dicono che ci assomigliamo e sembriamo fratelli. Un periodo che portavo i baffi, mi mandò una sua foto in cui si era messa, tra il labbro superiore e il naso, un ritaglio di buccia d’arancio, scrivendo: “Adesso posso, dirlo: sono te”. Le persone, notando una somiglianza estetica, non sanno di intravedere probabilmente una somiglianza più sottile e nascosta. Quando hanno suonato tutte e tre insieme sono riuscite a tradurre in musica tutta la loro complice sorellanza e ce ne hanno resi partecipi senza parsimonia.


La serata sembrava così perfetta e io così altrove, che alla fine è venuto a riportarmi a terra il senso di gravità, interpretato da quattro ragazzi che si sono messi a parlare alle mie spalle.
All’inizio ho continuato a tenere l’ascolto concentrato sulla voce della ragazza con gli occhi belli e la mia attenzione focalizzata all’interno del girotondo.
Ma il volume delle loro voci è aumentato. Son ragazzi, mi son detto giustificandoli, come se improvvisamente fossi diventato un ottuagenario. Nel loro vociare si sono poi inserite anche delle risate. Stanno sfuggendo dall’emozione dell’ascolto, non hanno il coraggio di farsi prendere, non vogliono entrare nel girotondo, mi sono detto con un po’ di inevitabile saccenza, sentendomi più fortunato di loro.
Interrotto l’esercizio di empatia, sono ritornato al fastidio che stavo provando e al fatto che loro ne fossero gli artefici. Che palle, mi son detto, mi tocca lavorare anche di venerdì sera. E così ho fatto. Dopo aver preso fiato mi sono girato verso di loro, ho messo la mano sulla spalla a quello che mi stava più vicino e, con un filo di voce ho detto: “Ragazzi, vi posso chiedere un favore?”.
Per qualche secondo non hanno risposto, fissandomi con gli occhi sbarrati, pensando forse che volessi una cartina, un filtro, qualche spiccio.
Quando ho ripetuto per la seconda volta la domanda, qualcuno ha annuito e, dopo aver detto che il favore richiesto consisteva nell’abbassare il tono della voce, loro sono entrati perfettamente in quel momentaneo gioco di ruolo. Sono regrediti in un attimo di vent’anni a testa, e, esattamente come i bambini con cui lavoro, hanno attivato una dinamica di gruppo in cui i copioni individuali erano ben rispettati: uno ha guardato per terra, l’altro tratteneva una risata, uno, simulando indifferenza, mi ha detto: “Ma io non sto facendo niente”, l’ultimo, facendosi carico della colpa collettiva, mi ha detto: “Scusa”. Mi sono girato, tornando dentro al cerchio invisibile, ma dopo qualche minuto di silenzio loro hanno ricominciato.


Il concerto nel frattempo si avvicinava alla fine. La ragazza con gli occhi belli ci ha introdotti verbalmente ad una canzone diversa dalle altre. Parlandone come di un esperimento nato quasi sotto forma di commissione, ci ha detto di aver provato ad adattare in napoletano un pezzo di Robert Wyatt. Ho sbarrato gli occhi, credendo di aver sentito male, ma l’amica che mi era affianco ha annuito dando ragione alle mie orecchie.
Con una voce dolce e straziante allo stesso tempo, lei ci ha raccontato il dolore di una madre separata  dal proprio figlio: “Cuore mio, il mondo è infame: siamo solo schiuma di mare”.
Ḕ calato un silenzio perfetto. Si sono ammutoliti e messi in ascolto anche i quattro ragazzi alle mie spalle. Eravamo finalmente tutti presi per mano in un girotondo invisibile: il piccolo miracolo che solo certi artisti riescono a compiere.
La ragazza con gli occhi belli, tra le altre cose, ci ha anche detto come mai, dopo un po’ di tempo in cui era rimasta in silenzio, ha deciso di ricominciare a cantare proprio il giorno del solstizio d’estate, invitando tutti noi a fare un pensiero di rinascita.


L’indomani, una serie di coincidenze ha voluto che fossi, stranamente, del tutto libero.
Mentre quella grandissima stronza dell’estate, appena cominciata, mi stava già togliendo dal piatto un cucchiaino di luce, mentre si divertiva sadicamente a depistarci tutti con grandinate e nubifragi, boicottando quella che doveva essere la mia prima giornata di mare, ne ho approfittato per fare la casalinga in calore, cominciando dal mettere in una busta della spazzatura almeno tre paia di scarpe rotte, infradito compresi. Me ne comprerò un altro pario, camminerò scalzo, userò scarpe chiuse e fantasmini? Ancora non lo so ma, ad ogni modo, una di queste tre ipotesi diventerà per forza realtà.

Evitando di chiedere a me stesso da quanto tempo non lo facessi, ho pulito il balcone, strappato foglie secche, tagliato ramoscelli di rampicante con radici sventolanti fuoriuscite dal vaso, grattato con la spugna grumi di terra incollati alle piastrelle.
Mi sono rammaricato per la rosa del deserto, che anche quest’anno non è riuscita a fiorire. Nè io nè lei siamo stati capaci di difenderla dai parassiti che amano nutrirsi dei suoi boccioli. Non riesce a entrare nel girotondo invisibile, mi sono detto. Sia che non voglia coscientemente, e sia che pensi di non essere all’altezza, non posso costringerla, mi sono detto.




Allenato dalla vita a vedere sempre con facilità quello che manca e mai quello che c’è, mi stavo gingillando addolorandomi per lei e con lei, senza perdere l’occasione per maledire ed accusare il giardiniere fallito che è in me.
E mentre, per inerzia, facevo qualcosa che ci viene benissimo ormai in automatico, senza sforzo, ho quasi rischiato di non accorgermi che, a differenza dell’ingombrante rosa del deserto che monopolizza il balcone ostentando pateticamente il suo dolore, qualcuno, in un angolo, vicino alla ringhiera e nascosto da piante più alte, aveva compiuto in silenzio un gesto importante, forse un rituale di rinascita in occasione del solstizio di quella grandissima stronza dell’estate.
Era il piccolo cactus, diventato papà di due gemelli.



sabato 15 giugno 2019

Se un giorno busserai alla mia porta





A volte gli amanti ritornano. Ma siamo nel 2019, e lo fanno in un modo del tutto contemporaneo.
“Se un giorno busserai alla mia porta” era il titolo di una fiction Rai trasmessa quand’ero bambino. Non ricordo quasi niente della miniserie, anzi, dello sceneggiato, come si diceva all’epoca, ma quel titolo lo trovavo così bello che non l’ho più scordato.

A distanza di trent’anni, ci siamo così barricati nelle nostre case, che alla porta non bussa più nessuno della cui visita non siamo stati preventivamente informati: le letture delle utenze le comunichiamo a distanza, i testimoni di Geova cercano di attaccare bottone facendo le loro domande bizzarre al citofono, e sulla soglia del portone condominiale abbiamo apposite cassette comuni per il materiale pubblicitario, così che chi lo distribuisce non ci infastidisca.
Per qualche strano motivo, gli unici temerari che riescono ancora a beccarti in casa senza preavviso sono gli agenti immobiliari. Sì, in linea coi tempi, sono diventati ambigui anche loro: insistono a darti l’opuscolo delle offerte, anche se provi senza successo a dirgli che sei fuori dal loro target, e subito dopo cercano di estorcerti informazioni su possibili case in vendita nel tuo palazzo.

A volte gli amanti ritornano, dicevamo, ma siamo nel 2019, e anziché bussare alla tua porta, ti sbloccano su Whatsapp. Chiaramente, per farlo devono averti precedentemente bloccato, che tu ne te sia accorto oppure no.
Ti svegli, e tra qualche foto pacchiana di caffè fumanti e rose spampanate che augurano il buongiorno, trovi un “Ehi ciao come stai?” del tutto imprevisto.
Così, insieme a te si sveglia di soprassalto il tuo ego, e lo stupore aumenta quando ti accorgi che il messaggio è stato inviato alcune ore prima, nel cuore della notte.
Mentre sei ancora in pigiama e con le cispe agli occhi, il tuo ego, che nel frattempo si è già lavato e vestito, urla che se qualcuno ti scrive di notte, il vero messaggio è l’orario.

Fare i sostenuti è una cosa anni novanta come gli squilli e gli sms.
Non solo il rancore non è più cosa di cui vantarsi, ma è diventato addirittura penalizzante: rischi di sembrare una persona irrisolta, bloccata nel passato. Orsù, rispondi con poche parole gentili: chi sta dall’altro lato del touch screen penserà che nel frattempo ti sei costruito una vita bellissima e sei in pace col mondo intero, te stesso compreso.
E infatti rispondi. Ovviamente dici sbrigativamente di stare bene, come lo diresti al portiere, al fruttivendolo, mica ti metti ad attaccare pipponi di prima mattina.
Nel frattempo, dopo che ti sei sincronizzato col tuo ego, lavandoti, vestendoti e facendo colazione con lui, la giornata è ufficialmente incominciata e il ricordo di quel messaggio inaspettato si fa da parte. Il tuo ego invece lo ripesca appena può, è ansioso di comunicarlo ai tuoi amici più cari e, appena ti distrai, lui prende il telefono e manda qualche vocale di nascosto: “Indovina chi mi ha scritto?”.

Più tardi ti risincronizzi col tuo ego che, come avrai capito, sta sempre più avanti di te, e ti ricordi anche tu di quel messaggio. Scorri in basso le chat e, a distanza di ore ed ore, trovi la tua risposta trafitta, in basso a destra, solo dalla prima, dolorosissima spunta.
Non ci credi, eppure è così; sei stato di nuovo bloccato. Eri stato sbloccato solo per poche ore, o per pochi minuti, chi può dirlo? E in fondo, che cosa cambierebbe saperlo? Forse sei stato sbloccato addirittura per pochi secondi, quelli necessari a scrivere “Ehi ciao come stai?”.
Dopo che ti è stato rivolto un saluto, ti è stato negato il diritto ad un’eventuale replica.
Mentre aprivi la bocca per darle fiato, ti sei accorto di parlare da solo. Ti è stata fatta una domanda, ma la risposta, evidentemente, non era importante. Come in uno scherzo, qualcuno ha bussato alla porta e quando sei andato ad aprire non c’era nessuno. Con la differenza che, essendo la cosa avvenuta su Whatsapp, sai a chi apparteneva la mano che ha bussato.

Ti attraversano mille domande. E va bene, era forse la notte dei morti viventi e un fantasma del passato ha deciso di contattarti. Sebbene effimero, si è trattato di un gesto di coraggio,o di vigliaccheria? Tra il primo e la seconda può passarci un centimetro o un chilometro.
Evidentemente chi ti ha scritto non stava neppure facendo un’indagine di mercato, una di quelle per verificare di essere ancora sulla piazza.  Ha rinunciato perfino alla soddisfazione di sapere che avresti risposto, non sa manco se, dopo aver aperto la porta, l’avresti richiusa sbattendotela alle spalle o l’avresti spalancata facendogli cenno di accomodarsi. Sei incazzato, sei sereno, fai spallucce? In ogni caso non gliene frega niente.

Ti chiedi come sarebbero andate le cose ai tempi del telefono fisso, quando, al tuo famigliare che stava per rispondere, potevi chiedere di negare la tua presenza in casa. Sarebbe forse andata diversamente quando gli sms si pagavano, quando esistevano addirittura i costi di ricarica, e per risparmiare i caratteri si scriveva così, ContenendoGliSpaziERendendoMaiuscolaLaPrimaLetteraDiOgniParola.

Così ti viene l’illuminazione dello stratagemma vintage. Ma sì, viva l’amarcord anni novanta, viva l’espressione del rancore, crepi il copione della persona risolta e in pace col mondo.
E proprio mentre rimpiangi l’epoca degli sms, ti viene in mente che puoi mandargliene uno. Te lo suggerisce il fatto che non si possa bloccare nessuno, impedendogli di mandarti dei messaggini, e quasi ti rasserena l’illusione che un sms debba per forza arrivare a destinazione.
Così chiedi al contatto in questione, visto il suo recente comportamento, di fornirti notizie fresche sulla sua salute mentale.
Ovviamente non risponde, ma in compenso impazzisce di riflesso il tuo gestore telefonico, che non ti vedeva mandare un sms da anni, e ti risponde più volte che il tuo credito è insufficiente per inviare ulteriori messaggi.
O forse, più semplicemente, il tuo gestore telefonico ti vuole bene, premia la fedeltà che nutri per lui da anni, e vuole solo consigliarti di non accanirti a percorrere quella strada sbagliata, che tanto non ti porterebbe da nessuna parte.
Gli sms sono come gli errori, no? Ḕ giusto pagarli, così da dare il giusto peso a ciò che si presume vogliamo dire.

Ḕ vero che ci ricorderanno come la generazione che non trovava nessuno e ci metteva un minuto a lasciarsi? Non lo so. Di sicuro, quello che spesso sembra un dialogo tra due persone, a ben vedere è soltanto un incrocio tra i monologhi dei loro rispettivi ego: i poveretti fingono, neanche troppo inconsapevolmente, di rivolgersi l’uno all’altro pur di non parlare al muro.
Un po’ come un agente immobiliare che insiste a dare l’opuscolo delle offerte a qualcuno che non lo vuole e che, dal canto suo, finge di non sapere che nei dintorni ci sono case in vendita.