domenica 18 agosto 2019
Auguri, Soviet Kitsch!
Il 18 Agosto del 2004 usciva "Soviet Kitsch" di Regina Spektor.
Lo avrei scoperto, come molta della musica che ascoltavo all'epoca, grazie al mio amico Sergio, che mi faceva conoscere artisti nuovi tramite continui omaggi di cd pezzotti e compilation miste.
Sì, "Compilation", all'epoca non si chiamavano mica "Playlist" e la musica, tra persone che si volevano bene, era uno scambio che passava ancora attraverso la materia.
Lo conobbi un po' in ritardo, Soviet Kitsch.
Allattava ancora dal grosso seno di sua madre Regina, che ha una sesta, ma indossava già salopette da 12 mesi e si esprimeva in balbettii, onomatopee e strane lallazioni, proprio secondo lo stile materno.
Ma che genere di musica era? Buh.
Erano canzoni dalla struttura standard, scritte e suonate da una ragazza bellissima e buffa che aveva studiato pianoforte classico, ma che le cantava in modo quasi comico, a tratti come un soprano, a tratti come una bambina, spesso dando l'impressione di essere completamente ubriaca.
La verità è che era un disco punk.
Non nei suoni (ma anche sì: basti ascoltare "Your honor"), ma nel karma e nell'attitudine sì, profondamente.
Nel giro di poco tempo la sua mamma sarebbe diventata famosa, "Fidelity" ci avrebbe a lungo perseguitato in radio, il suo bellissimo video sarebbe stato trasmesso a tutte le ore su "All Music".
Sarebbero arrivati altri dischi ben vestiti, dal look accattivante, canzoni che sarebbero diventate sigle di altrettanto famose serie televisive, e quell'album sarebbe rimasto una cosa a parte nella discografia della sua autrice: un gioiello ruspante, sottoprodotto e spontaneo.
Io nel frattempo, un'estate, avrei trovato il coraggio di esibirmi per strada.
In vacanza nel natio Salento, avevo scelto il lungomare di Santa Maria al Bagno e, senza amplificazione, sovrastato da un vicino karaoke, con uno scirocco che mi incollava i capelli sulla fronte e mi scordava una chitarra che non sapevo accordare, cominciai proprio da "Sailor Song", contenuta in quell'album del 2004, perché quel walzer di tre accordi aveva per me qualcosa di magico e rassicurante.
Una coppietta mi chiese se era una canzone di Bob Dylan e un bambino che si era avvicinato ad ancheggiare, mi mise un euro nel fodero della chitarra, incoraggiato da sua madre.
Beh, auguri, Soviet Kitsch, che ti stai facendo grande.
Solo oggi, tramite un post su Instagram di mammata Regina Spektor, vengo a sapere che, come me, sei un Leone atipico, di quelli che con le mani smuovono in avanti l'aria e bruciano di nascosto, mandando in crisi gli esperti delle stelle.
Oggi hai quindici anni e no, non "piangi solo in bagno per la festa del tuo compleanno", ma sei un bellissimo adolescente silenziosamente ribelle.
domenica 23 giugno 2019
Il Solstizio della Ragazza con gli Occhi Belli
L’estate
è una grandissima stronza perché, dal 21 Giugno in poi, giorno del solstizio,
comincia impercettibilmente a sottrarre luce alle giornate.
Proprio quel
giorno il mio infradito si è arreso, rompendosi. Complice il fatto che si
trattasse di quello che calzava il piede destro, connesso all’energia yang,
tale episodio mi ha instillato il dubbio che la stagione appena cominciata
sarebbe stata all’insegna della gestione dell’imprevisto.
In serata
sono andato a sentire il concerto di una ragazza dagli occhi belli, su un
terrazzo che, sebbene fosse a pochi passi da casa mia, non avevo mai visto.
C’è chi
canta per vanità, per stare al centro dell’attenzione, chi per fare acrobazie
vocali e sentirsi dire che è bravo, chi, come gli uccelli in gabbia, per
provare a trasformare la rabbia in qualcos’altro.
Ma c’è anche
qualcuno che, nonostante la bellezza della propria voce, canta con una
naturalezza disarmante, come se non stesse facendo altro che sganciarsi un
bottone per renderti partecipe di una parte nascosta di sè, come se ti facesse
cenno di entrare a casa sua e sederti, che il caffè sta già sul fuoco.
La ragazza
con gli occhi belli, che appartiene a quest’ultima categoria, appena ha
cominciato a cantare è riuscita a fare quel piccolo miracolo tipico di certi
artisti quando li incontri attraverso la loro opera o la loro performance:
sebbene fossi distante fisicamente da lei, mi sono sentito preso per mano e,
mentre i nostri palmi erano l’uno contro l’altro, e scivolavano un poco per via
del sudore, ha fatto diventare progressivamente mia quella che in
origine era una sua emozione. Il tutto è perfino accaduto senza che me rendessi
conto: un po’ come quando ti innamori, me ne sono accorto quand’era già
successo.
Sembrava una
presa per mano di collettiva, perché da parte del pubblico si avvertiva un
affetto nei suoi confronti che correva rapidamente come un virus, aumentando
via via le fila dei contagiati, come un girotondo invisibile in cui lei, dal
palco, ci teneva tutti presi per mano e man mano si aggiungeva qualcun altro,
facendo diventare il girotondo più grande.
Ciò con cui
ci teneva stretti per mano erano insolite e personalissime canzoni d’amore.
Il primo
colpo forte al cuore è arrivato con un pezzo sull’amore non corrisposto ma
raccontato con un particolare stratagemma narrativo: l’anello debole, la
persona rifiutata, si mette nei panni di chi non ricambia, dandogli voce,
immaginando cosa direbbe: “Scordami, come se fossi una chitarra, come se fossi
quella cosa sfuggita alla lista delle cose da fare”.
Due sue
amiche l’hanno raggiunta sul palco. Una delle due la conosco, dicono che ci
assomigliamo e sembriamo fratelli. Un periodo che portavo i baffi, mi mandò una
sua foto in cui si era messa, tra il labbro superiore e il naso, un ritaglio di
buccia d’arancio, scrivendo: “Adesso posso, dirlo: sono te”. Le persone, notando
una somiglianza estetica, non sanno di intravedere probabilmente una
somiglianza più sottile e nascosta. Quando hanno suonato tutte e tre insieme
sono riuscite a tradurre in musica tutta la loro complice sorellanza e ce ne
hanno resi partecipi senza parsimonia.
La serata
sembrava così perfetta e io così altrove, che alla fine è venuto a riportarmi a
terra il senso di gravità, interpretato da quattro ragazzi che si sono messi a
parlare alle mie spalle.
All’inizio
ho continuato a tenere l’ascolto concentrato sulla voce della ragazza con gli
occhi belli e la mia attenzione focalizzata all’interno del girotondo.
Ma il volume
delle loro voci è aumentato. Son ragazzi, mi son detto giustificandoli, come se
improvvisamente fossi diventato un ottuagenario. Nel loro vociare si sono poi
inserite anche delle risate. Stanno sfuggendo dall’emozione dell’ascolto, non
hanno il coraggio di farsi prendere, non vogliono entrare nel girotondo, mi
sono detto con un po’ di inevitabile saccenza, sentendomi più fortunato di loro.
Interrotto
l’esercizio di empatia, sono ritornato al fastidio che stavo provando e al
fatto che loro ne fossero gli artefici. Che palle, mi son detto, mi tocca
lavorare anche di venerdì sera. E così ho fatto. Dopo aver preso fiato mi sono
girato verso di loro, ho messo la mano sulla spalla a quello che mi stava più
vicino e, con un filo di voce ho detto: “Ragazzi, vi posso chiedere un
favore?”.
Per qualche
secondo non hanno risposto, fissandomi con gli occhi sbarrati, pensando forse
che volessi una cartina, un filtro, qualche spiccio.
Quando ho
ripetuto per la seconda volta la domanda, qualcuno ha annuito e, dopo aver
detto che il favore richiesto consisteva nell’abbassare il tono della voce,
loro sono entrati perfettamente in quel momentaneo gioco di ruolo. Sono
regrediti in un attimo di vent’anni a testa, e, esattamente come i bambini con
cui lavoro, hanno attivato una dinamica di gruppo in cui i copioni individuali
erano ben rispettati: uno ha guardato per terra, l’altro tratteneva una risata,
uno, simulando indifferenza, mi ha detto: “Ma io non sto facendo niente”,
l’ultimo, facendosi carico della colpa collettiva, mi ha detto: “Scusa”. Mi
sono girato, tornando dentro al cerchio invisibile, ma dopo qualche minuto di
silenzio loro hanno ricominciato.
Il concerto nel frattempo si avvicinava alla fine. La ragazza con gli occhi belli ci ha
introdotti verbalmente ad una canzone diversa dalle altre. Parlandone come di
un esperimento nato quasi sotto forma di commissione, ci ha detto di aver
provato ad adattare in napoletano un pezzo di Robert Wyatt. Ho sbarrato gli
occhi, credendo di aver sentito male, ma l’amica che mi era affianco ha annuito
dando ragione alle mie orecchie.
Con una voce
dolce e straziante allo stesso tempo, lei ci ha raccontato il dolore di una
madre separata dal proprio figlio: “Cuore mio, il mondo è infame:
siamo solo schiuma di mare”.
Ḕ calato un
silenzio perfetto. Si sono ammutoliti e messi in ascolto anche i quattro
ragazzi alle mie spalle. Eravamo finalmente tutti presi per mano in un
girotondo invisibile: il piccolo miracolo che solo certi artisti riescono a
compiere.
La ragazza
con gli occhi belli, tra le altre cose, ci ha anche detto come mai, dopo un po’
di tempo in cui era rimasta in silenzio, ha deciso di ricominciare a cantare proprio
il giorno del solstizio d’estate, invitando tutti noi a fare un pensiero di
rinascita.
L’indomani,
una serie di coincidenze ha voluto che fossi, stranamente, del tutto libero.
Mentre
quella grandissima stronza dell’estate, appena cominciata, mi stava già
togliendo dal piatto un cucchiaino di luce, mentre si divertiva sadicamente a
depistarci tutti con grandinate e nubifragi, boicottando quella che doveva
essere la mia prima giornata di mare, ne ho approfittato per fare la casalinga
in calore, cominciando dal mettere in una busta della spazzatura almeno tre
paia di scarpe rotte, infradito compresi. Me ne comprerò un altro pario,
camminerò scalzo, userò scarpe chiuse e fantasmini? Ancora non lo so ma, ad
ogni modo, una di queste tre ipotesi diventerà per forza realtà.
Evitando di
chiedere a me stesso da quanto tempo non lo facessi, ho pulito il balcone,
strappato foglie secche, tagliato ramoscelli di rampicante con radici
sventolanti fuoriuscite dal vaso, grattato con la spugna grumi di terra
incollati alle piastrelle.
Mi sono
rammaricato per la rosa del deserto, che anche quest’anno non è riuscita a
fiorire. Nè io nè lei siamo stati capaci di difenderla dai parassiti che amano
nutrirsi dei suoi boccioli. Non riesce a entrare nel girotondo invisibile, mi
sono detto. Sia che non voglia coscientemente, e sia che pensi di non essere
all’altezza, non posso costringerla, mi sono detto.
Allenato
dalla vita a vedere sempre con facilità quello che manca e mai quello che c’è,
mi stavo gingillando addolorandomi per lei e con lei, senza perdere l’occasione
per maledire ed accusare il giardiniere fallito che è in me.
E mentre,
per inerzia, facevo qualcosa che ci viene benissimo ormai in automatico, senza
sforzo, ho quasi rischiato di non accorgermi che, a differenza dell’ingombrante
rosa del deserto che monopolizza il balcone ostentando pateticamente il suo
dolore, qualcuno, in un angolo, vicino alla ringhiera e nascosto da piante più
alte, aveva compiuto in silenzio un gesto importante, forse un rituale di rinascita
in occasione del solstizio di quella grandissima stronza dell’estate.
Era il
piccolo cactus, diventato papà di due gemelli.
sabato 15 giugno 2019
Se un giorno busserai alla mia porta
A
volte gli amanti ritornano. Ma siamo nel 2019, e lo fanno in un modo del tutto
contemporaneo.
“Se
un giorno busserai alla mia porta” era il titolo di una fiction Rai trasmessa
quand’ero bambino. Non ricordo quasi niente della miniserie, anzi, dello
sceneggiato, come si diceva all’epoca, ma quel titolo lo trovavo così bello che
non l’ho più scordato.
A
distanza di trent’anni, ci siamo così barricati nelle nostre case, che alla
porta non bussa più nessuno della cui visita non siamo stati preventivamente
informati: le letture delle utenze le comunichiamo a distanza, i testimoni di
Geova cercano di attaccare bottone facendo le loro domande bizzarre al citofono,
e sulla soglia del portone condominiale abbiamo apposite cassette comuni per il
materiale pubblicitario, così che chi lo distribuisce non ci infastidisca.
Per
qualche strano motivo, gli unici temerari che riescono ancora a beccarti in
casa senza preavviso sono gli agenti immobiliari. Sì, in linea coi tempi, sono
diventati ambigui anche loro: insistono a darti l’opuscolo delle offerte, anche
se provi senza successo a dirgli che sei fuori dal loro target, e subito dopo
cercano di estorcerti informazioni su possibili case in vendita nel tuo palazzo.
A
volte gli amanti ritornano, dicevamo, ma siamo nel 2019, e anziché bussare alla
tua porta, ti sbloccano su Whatsapp. Chiaramente, per farlo devono averti
precedentemente bloccato, che tu ne te sia accorto oppure no.
Ti
svegli, e tra qualche foto pacchiana di caffè fumanti e rose spampanate che
augurano il buongiorno, trovi un “Ehi ciao come stai?” del tutto imprevisto.
Così,
insieme a te si sveglia di soprassalto il tuo ego, e lo stupore aumenta quando
ti accorgi che il messaggio è stato inviato alcune ore prima, nel cuore della
notte.
Mentre
sei ancora in pigiama e con le cispe agli occhi, il tuo ego, che nel frattempo
si è già lavato e vestito, urla che se qualcuno ti scrive di notte, il vero
messaggio è l’orario.
Fare
i sostenuti è una cosa anni novanta come gli squilli e gli sms.
Non
solo il rancore non è più cosa di cui vantarsi, ma è diventato addirittura
penalizzante: rischi di sembrare una persona irrisolta, bloccata nel passato. Orsù,
rispondi con poche parole gentili: chi sta dall’altro lato del touch screen penserà
che nel frattempo ti sei costruito una vita bellissima e sei in pace col mondo
intero, te stesso compreso.
E
infatti rispondi. Ovviamente dici sbrigativamente di stare bene, come lo
diresti al portiere, al fruttivendolo, mica ti metti ad attaccare pipponi di
prima mattina.
Nel
frattempo, dopo che ti sei sincronizzato col tuo ego, lavandoti, vestendoti e
facendo colazione con lui, la giornata è ufficialmente incominciata e il
ricordo di quel messaggio inaspettato si fa da parte. Il tuo ego invece lo
ripesca appena può, è ansioso di comunicarlo ai tuoi amici più cari e, appena
ti distrai, lui prende il telefono e manda qualche vocale di nascosto:
“Indovina chi mi ha scritto?”.
Più
tardi ti risincronizzi col tuo ego che, come avrai capito, sta sempre più
avanti di te, e ti ricordi anche tu di quel messaggio. Scorri in basso le chat
e, a distanza di ore ed ore, trovi la tua risposta trafitta, in basso a destra,
solo dalla prima, dolorosissima spunta.
Non
ci credi, eppure è così; sei stato di nuovo bloccato. Eri stato sbloccato solo
per poche ore, o per pochi minuti, chi può dirlo? E in fondo, che cosa
cambierebbe saperlo? Forse sei stato sbloccato addirittura per pochi secondi,
quelli necessari a scrivere “Ehi ciao come stai?”.
Dopo
che ti è stato rivolto un saluto, ti è stato negato il diritto ad un’eventuale
replica.
Mentre
aprivi la bocca per darle fiato, ti sei accorto di parlare da solo. Ti è stata
fatta una domanda, ma la risposta, evidentemente, non era importante. Come in
uno scherzo, qualcuno ha bussato alla porta e quando sei andato ad aprire non
c’era nessuno. Con la differenza che, essendo la cosa avvenuta su Whatsapp, sai
a chi apparteneva la mano che ha bussato.
Ti
attraversano mille domande. E va bene, era forse la notte dei morti viventi e
un fantasma del passato ha deciso di contattarti. Sebbene effimero, si è
trattato di un gesto di coraggio,o di vigliaccheria? Tra il primo e la seconda
può passarci un centimetro o un chilometro.
Evidentemente
chi ti ha scritto non stava neppure facendo un’indagine di mercato, una di
quelle per verificare di essere ancora sulla piazza. Ha rinunciato perfino alla soddisfazione di
sapere che avresti risposto, non sa manco se, dopo aver aperto la porta, l’avresti
richiusa sbattendotela alle spalle o l’avresti spalancata facendogli cenno di
accomodarsi. Sei incazzato, sei sereno, fai spallucce? In ogni caso non gliene frega
niente.
Ti
chiedi come sarebbero andate le cose ai tempi del telefono fisso, quando, al
tuo famigliare che stava per rispondere, potevi chiedere di negare la tua
presenza in casa. Sarebbe forse andata diversamente quando gli sms si pagavano,
quando esistevano addirittura i costi di ricarica, e per risparmiare i caratteri
si scriveva così, ContenendoGliSpaziERendendoMaiuscolaLaPrimaLetteraDiOgniParola.
Così
ti viene l’illuminazione dello stratagemma vintage. Ma sì, viva l’amarcord anni
novanta, viva l’espressione del rancore, crepi il copione della persona risolta
e in pace col mondo.
E
proprio mentre rimpiangi l’epoca degli sms, ti viene in mente che puoi mandargliene
uno. Te lo suggerisce il fatto che non si possa bloccare nessuno, impedendogli
di mandarti dei messaggini, e quasi ti rasserena l’illusione che un sms debba
per forza arrivare a destinazione.
Così
chiedi al contatto in questione, visto il suo recente comportamento, di
fornirti notizie fresche sulla sua salute mentale.
Ovviamente
non risponde, ma in compenso impazzisce di riflesso il tuo gestore telefonico,
che non ti vedeva mandare un sms da anni, e ti risponde più volte che il tuo
credito è insufficiente per inviare ulteriori messaggi.
O
forse, più semplicemente, il tuo gestore telefonico ti vuole bene, premia la
fedeltà che nutri per lui da anni, e vuole solo consigliarti di non accanirti a
percorrere quella strada sbagliata, che tanto non ti porterebbe da nessuna
parte.
Gli
sms sono come gli errori, no? Ḕ giusto pagarli, così da dare il giusto peso a
ciò che si presume vogliamo dire.
Ḕ
vero che ci ricorderanno come la generazione che non trovava nessuno e ci
metteva un minuto a lasciarsi? Non lo so. Di sicuro, quello che spesso sembra
un dialogo tra due persone, a ben vedere è soltanto un incrocio tra i monologhi
dei loro rispettivi ego: i poveretti fingono, neanche troppo inconsapevolmente,
di rivolgersi l’uno all’altro pur di non parlare al muro.
Un
po’ come un agente immobiliare che insiste a dare l’opuscolo delle offerte a qualcuno
che non lo vuole e che, dal canto suo, finge di non sapere che nei dintorni ci
sono case in vendita.
giovedì 30 maggio 2019
Un italiano... nero?
Parlare
di immigrazione, inclusione e nuovi italiani diventa ogni giorno più difficile:
si è costretti a ripetere cose già dette, si inciampa nei luoghi comuni e ci si
arrabbia facilmente.Tra
zittirsi e sputare veleno, ogni tanto si intravede una via intermedia: quella
di provare a dire le cose diversamente, cambiando registro.
Un giorno, mentre ero sovrappensiero, mi sono ritrovato a cantare, senza volerlo, il ritornello di quella che, dopo “O sole mio”, è probabilmente la canzone italiana più famosa all’estero e nel cui testo vengono elencati una serie di stereotipi patriottici: “L’italiano” di Toto Cutugno.Per gioco, mi sono ritrovato a smontare le parole del ritornello, come se fosse un giocattolo e,attingendo agli stereotipi, ho provato a mettermi nei panni di qualcuno che, tra la serietà e lo sfottò, tra la rabbia e le risate, prova a rispondere a chi gli dice: “Torna al tuo paese!”.
Non molto tempo fa ho fatto ascoltare il risultato di quel gioco al mio amico rapper Sebastiano Sanna, in arte Seb, che a sua volta ha poi scritto delle rime raccontando gli stereotipi da un’altra angolazione.Così, ciò che purtroppo avviene difficilmente nella realtà, è successo con naturalezza in musica: uno scontro verbale tra due persone che la pensano molto diversamente ha cambiato forma, diventando un ritornello cantato all’unisono.
Questa canzone si chiama “Un italiano nero”: io, Seb e Giuseppe di Taranto ve la facciamo ascoltare domani sera al Birrificio Flegreo (in via Ilioneo 48, a Bagnoli), all’interno di una serata che abbiamo chiamato “Triplo Malto”.Venite, se non ce la cantiamo e suoniamo da soli!
Un giorno, mentre ero sovrappensiero, mi sono ritrovato a cantare, senza volerlo, il ritornello di quella che, dopo “O sole mio”, è probabilmente la canzone italiana più famosa all’estero e nel cui testo vengono elencati una serie di stereotipi patriottici: “L’italiano” di Toto Cutugno.Per gioco, mi sono ritrovato a smontare le parole del ritornello, come se fosse un giocattolo e,attingendo agli stereotipi, ho provato a mettermi nei panni di qualcuno che, tra la serietà e lo sfottò, tra la rabbia e le risate, prova a rispondere a chi gli dice: “Torna al tuo paese!”.
Non molto tempo fa ho fatto ascoltare il risultato di quel gioco al mio amico rapper Sebastiano Sanna, in arte Seb, che a sua volta ha poi scritto delle rime raccontando gli stereotipi da un’altra angolazione.Così, ciò che purtroppo avviene difficilmente nella realtà, è successo con naturalezza in musica: uno scontro verbale tra due persone che la pensano molto diversamente ha cambiato forma, diventando un ritornello cantato all’unisono.
Questa canzone si chiama “Un italiano nero”: io, Seb e Giuseppe di Taranto ve la facciamo ascoltare domani sera al Birrificio Flegreo (in via Ilioneo 48, a Bagnoli), all’interno di una serata che abbiamo chiamato “Triplo Malto”.Venite, se non ce la cantiamo e suoniamo da soli!
lunedì 11 marzo 2019
Ma tu quanto zucchero vuoi?
Arrivasti a piedi dai Ponti Rossi
Fuori pioveva, eri senza ombrello
Ti chiesi: "Cos'è quella scritta sulla nuca?"
E finsi di capire la risposta.
Avanzammo a piedi, sui nostri passi
Fuori pioveva, anche su via Cirillo
Chiedesti: "Sei bravo a fare il caffè?"
Ed io: "Ma tu quanto zucchero vuoi?".
Salimmo a piedi, senza rimorsi
Dentro pioveva, mi sentivo già brillo
Ero nudo: "Cos'è quella macchia sulla gamba?"
Fingesti di capire la risposta.
Te ne andasti a piedi, con gli occhi rossi
Fuori smetteva, rifiutasti l'ombrello
Ti dissi: "Scrivimi quando sei a casa"
Mi parve tu accettassi la richiesta.
Ti ritrovai in un bar di Carlo Terzo
"Me lo dai un cornetto integrale?"
"Mi dispiace: li abbiamo finiti"
La tua bugia ad un ragazzo di via Foria.
giovedì 27 dicembre 2018
Cuori Marroni di Natale
A Natale siamo tutti più paraculi.
E peggio degli auguri sgraditi di un ex che, con andatura circospetta, sonda il terreno nascondendosi dietro la stella cometa del presepe, ci sono solo gli auguri di un tuo amore abortito.
Qualcuno per cui sei stato un misto tra un amore e un amico (in alcuni casi addirittura migliore amico, perché si sa, dopo tanta sfiga, la fortuna ti si presenta con gli arretrati).
Qualcuno che, attenzione, non ti ha manco promosso a trombamico, così da negarti perfino la consolazione, quando ci saresti arrivato col senno di poi, di dire: "Vabbé dái, era solo sesso".
È difficile elaborare il lutto di qualcosa mai nato, mettere fine a ciò che non è cominciato.
I giovani d'oggi la chiamiamo "friendzone", che detta in inglese sembra una cosa più figa, ma che resta di fatto un girone dantesco senza maniglia antipanico, un lungo ammollo nella candeggina.
Quando non ci sente da una vita, ma si continua a sguazzare nell'ambiguitá, mandare una foto, una gif o un video natalizio è ovviamente troppo poco.
Scrivere "Ciao Tizio, come stai?" o un "spero tu stia bene" (ancor più elegante perché, non ponendo domande, non pretende risposte) sarebbe invece già troppo.
E dunque?
Ci si esibisce nell'arte in cui si è più bravi, quella del lanciare la petrella per poi nascondere la manella.
Un miserrimo "Auguri di buon Natale", nobilitato dall'emoticon che per qualcuno ha ancora un valore ma che su whatsapp, poiché abusata, significa tutto e niente: quella del cuoricino rosso.
Cosa traduce il cuoricino rosso?
È come il supercalifragilistichespiralidoso di Mary Poppins?
È l'emoticon della supercazzola, adeguata però ai tempi attuali, e quindi munita del dono della sintesi?
Vuol dire ancora "Ti voglio bene"?
Non generalizziamo dai, dipende dai casi.
Mandarla a qualcuno che hai "friendzonato" e che non senti da una vita significa per caso illuderlo ancora?
Ma no dai, se è lui che si fa i film, problemi suoi, no?
Magari è un copia e incolla mandato a tutta la rubrica, estetista e portiere compresi, per questo non compare il tuo nome, né un generico "caro" o "cara", così che vada bene per tutti i contatti di ambo i sessi.
Insomma, io lascio sto cuoricino e vediamo che rispondi tu.
Che alla fine, capiamoci, io volevo solo essere gentile e farti gli auguri di Natale, e un cuoricino, salvo che tu non sia paranoico, non significa proprio niente.
In questi giorni va in radio una canzone bellissima, dedicata a una stronza, e parla di un cuore strappato che invece di essere rosso è marrone. Si dovrebbe adeguare anche whatsapp, e inserire, per il 2019, l'emoticon del cuoricino marrone.
Perché, quando si è stronzi veramente, ci si ripropone a galla anche dopo che lo scarico è stato tirato.
domenica 28 ottobre 2018
No (grazie?).
Si può essere chiusi verso l’altro per diverse ragioni.
Ben venga quando avviene
per paura, perché in tal caso il gesto del passo indietro comunica il suo
esatto contrario: se ci tieni, vieni tu verso di me, ma fallo piano piano, con gentilezza.
Spesso
però ci si chiude all’altro per assenza di curiosità, per una forma di
parsimonia del tutto gretta, per insufficienza di apertura mentale, per
sudditanza a quelle due o tre convinzioni di cui si è in possesso, perché, si
sa, meno sono e più bisogna tenersele strette.
Consumismo
dei rapporti umani? Magari! L’impressione più ricorrente è che, al contrario,
tutto resti in vetrina, nel cestone delle offerte, o peggio ancora in deposito,
in un albo-limbo dove il tuo curriculum deambula come un anima in pena in
attesa che le vanga assegnato un corpo.
Sono
lontani i tempi in cui “Non mi serve niente” lo dicevamo con educato distacco
ai venditori ambulanti dai quali ci sentivamo importunati in spiaggia, agli
operatori di call center che ci svegliavano durante la pennica.
Ora quelle
quattro parole le rivolgiamo con disinvolta arroganza perfino a chi ci offre il
suo aiuto in un posto in cui siamo addentrati di nostra volontà.
E se non ci
serviva niente, cosa siamo entrati a fare? Stavamo giusto dando un’occhiata,
ovviamente. Così, per ingannare il tempo. Non si può, gli occhi non ce li
abbiamo forse per guardare?
Forse
è vero che alcuni di noi vivono per guarire dalla ferita del rifiuto. Ma il
fallimento, che in tanti ambiti rientra tra le variabili, in questo settore
sembra non essere contemplato. Neanche una sbandata, una deviazione rispetto
alla meta, come incoraggiamento, per cambiare aria, per allungare la miscela
con un altro ingrediente.
Poco
male comunque: abbiamo tutti ormai un dispositivo che ci localizza. Perfino
quando ci nascondiamo sotto il letto perché non vogliamo farci trovare da
nessuno.
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