lunedì 19 febbraio 2018

Sono io il tuo baccalà?



Siamo entrambi soli, seduti a due tavoli diversi della mia amata Scugnizza, una spartanissima trattoria nel cuore dei Vergini. Domenica piovosa, tarda ora di pranzo, partita del Napoli in corso, con conseguente clima di calma per le strade.
Ammazza che occhi grandi che hai, turista. Eppure, il campo visivo che delimitano sembra piuttosto ristretto: non include molto oltre al tavolo dove siedi. Anzi no, improvvisamente alzi lo sguardo e col telefono scatti delle foto alle pentole di rame appese al muro. Peccato tu ti perda tutto ciò che è incluso tra quest’ultimo e il tuo tavolo, me compreso.
Sarà complice il fatto che amo questo posto, e che tutte le volte che ci vengo mi sembra di stare a teatro, ma io, al contrario di te, mi guardo intorno con curiosità.
Oltre a te vedo due signore dell’est che mangiano in silenzio, un uomo che si fa la scarpetta con mezzo crocché di patate e Vincenzo, il figlio undicenne dei titolari, che, in un inglese improvvisato, del tutto sprovvisto di grammatica ma ricco di fantasia, cerca di tradurre Pomodorini del Piennolo a due turisti come te. Chissà di dove sei tu, non ho sentito il suono della tua voce.

Ho sbagliato tante volte ormai, dice l’incipit rassegnato di una delle mie canzoni preferite.
L’ultima volta che è success è stata pochi minuti fa, quando ho ordinato a Vincenzo gli spaghetti che, già lo so, mi faranno venire sonno. Almeno sono stato bravo a non cedere alla tentazione di un quartino di bianco. Tu invece ti tracanni un rosso frizzante come se fosse acqua.
Che oggi, quasi certamente, sto sbagliando su di te. Dovevo capire subito che non fai per me. Forse sei vittima di stitichezza emotiva e, posso sbagliarmi, ma temo tu non abbia molta fiducia nell’umanità. Sarebbe bastato osservare il tuo ombrello chiuso, appeso al pomello della sedia. Per carità, ti avranno detto che noi italiani siamo tutti ladri, specie al sud e ancor di più a Napoli. Oppure hai permesso al tuo passato di indurirti, alle tue cicatrici di renderti diffidente. 
Sai quanti ombrelli mi sono stati rubati, dopo che li ho lasciati nell’apposito recipiente posto all’ingresso di alcuni luoghi pubblici? Eppure continuo ad avere fiducia nel genere umano, a credere che le persone oneste siano più numerose dei mariuoli. Altrimenti non sarei qui a guardarti,  non mi fiderei neppure della mamma di Vincenzo, quando mi assicura che la pasta e fagioli la cucina senza metterci la cotica. 
Col rischio di farmi la strada del ritorno sotto l’acqua, il mio ombrello l’ho messo nel secchio vicino alla porta. Non vedi che il tuo sta sgocciolando a terra? Metteremo i piedi nella piccola chiazza d’acqua che sta formando e lasceremo le impronte ovunque.
Ma una volta in più, che cosa può cambiare, nella vita mia? Non muore nessuno, mentre fantastico che, una volta usciti da qui, ognuno sotto al proprio ombrello, ci andremo a mangiare un fiocco di neve da Poppella e ti farò vedere quant’è bello Palazzo dello Spagnuolo. Domattina sono libero e, se il 140 passa, ti potrei portare al Parco Virgiliano, uno dei posti più romantici che conosco.
E poi, chissà, magari nei prossimi mesi vengo da te a ricambiare la visita, che non so manco di dove sei, ma di dovunque tu sia, ci sarà un Ryanair, un Easyjet che mi ci porta, no?

Oh oh, finalmente i nostri sguardi si incontrano. Ma sono pochi secondi. Tu riabbassi rapidamente il tuo in direzione di ciò che stai mangiando. Potresti continuare a guardare me, che tanto, manco a farla apposta, in questo momento ho un fortissimo slancio di empatia verso il baccalà che hai nel piatto. Anzi, a dirla tutta, mi sento esattamente come lui.
Distolgo lo sguardo anch’io. Mi ritrovo di fronte un primo piano di Totò appeso al muro. Il principe, a differenza tua, sostiene lo sguardo. Fisso la sua bocca, senza capire se nell’angolo soffochi un ghigno di sfottò appena accennato o se il suo è un sorriso innocuo, benevolo e solidale.
Visto che ho lasciato l’ombrello all’ingresso e, in generale, dico di avere fiducia nell’umanità, nel dubbio scelgo la seconda ipotesi.

mercoledì 24 gennaio 2018

Salutarsi è una dolce pena



Quasi tutti abbiamo una vicina di casa vrenzola, e chi non ce l’ha, non sa cosa si perde.
La mia è sotto i cinquanta, bionda tinta, ma probabilmente ex bionda naturale, madre di due adolescenti o quasi. Le vie di internet sono infinite e, temendo che possa finire su questo blog, un po’ come io mi sono imbattuto sul suo profilo Facebook, le attribuirò un nome di fantasia: Patrizia.
Sarebbe anche una bella donna, se non avesse costantemente stampata in faccia l’espressione di un cane rabbioso. Ma non potrebbe essere diversamente, visto che, di fatto, è sempre incazzata con qualcuno. Gli insulti che rivolge al marito raggiungono per sbaglio anche me, che ammiro i suoni graffiati con cui vengono pronunciati. La sento urlare parolacce ai figli e vengo percosso dalle  bellissime frequenze basse presenti in quella sua voce che farebbe invidia a Raiz.

Abito ormai da sei anni in questo vico e poco alla volta, pur essendo forestiero, sono riuscito a stabilire delle interazioni superficiali ma educate con buona parte del vicinato.
Alcuni mi chiamano per nome. Altri, d’accordo con Gianni Rodari sul fatto che ci sia una scuola grande come il mondo, mi chiamano ‘o studente. C’è addirittura una signora che mi chiede Come va la scuola?. All’inizio mi metteva in crisi, ero incapace di capire a quale scuola si riferisse, finché non ho inteso che quella sua domanda era un modo, del tutto personale, di chiedermi come andasse la vita, in generale: da allora rispondo serenamente di conseguenza.

Com’è noto però, i vicini di casa ce li sceglie il karma e poiché sono ancora nel Samsara (non quello di Gallipoli), con la mia dirimpettaia vrenzola, nonostante i numerosi tentativi, ho fallito.
Sono all’antica, da piccolo mi hanno insegnato che il saluto non si toglie manco ai cani, o è di dio, o una cosa del genere. E infatti un tempo la salutavo. Lei rispondeva irrigidendo la mascella o sospirando, manifestando l’insofferenza di chi si sente obbligato a salutarti suo malgrado.
Fin qui niente di male: so che è incazzata con l’umanità intera, categoria alla quale appartengo.
Le cose sono peggiorate quando una scala a chiocciola le ha permesso di raggiungere il terrazzo che sovrasta il suo basso, proprio di fronte al mio balcone, dandoci la possibilità di vederci molto più spesso.
Da quel momento in poi ha cominciato a rispondermi una volta sì e tre no. Per ogni suo “Buongiorno/Buonasera” bofonchiato in risposta al mio, c’erano da contare tre episodi in cui, a scelta:

a)il rumore provocato dai denti della scopa, da lei sfregata con stizza al suolo, era più forte del suono della  mia voce;
b)era concentrata sulla molletta con la quale stendeva il bucato, per evitare che le sfuggisse di mano;
c)mi fissava il tuppo con sguardo smarrito, quasi strabico, come se non riuscisse a mettermi realmente a fuoco: forse mi guardava l’aura.

È difficile relazionarsi all’altro, si sa, bisogna fare dei compromessi, ed io ero ben disposto a contare i suoi tre rifiuti. Anzi, quest’iter mi aiutava ad attribuire il giusto valore alla sua risposta: la desideravo maggiormente senza mai darla per scontata. Patrizia sapeva fin troppo bene che la prima regola è “Farsi desiderare”, e ha avuto il coltello dalla parte del manico.
Ho cominciato a fare fatica quando, prima ancora che potessi salutarla, abbassava preventivamente lo sguardo, girandomi la faccia, rendendo perfino inutile che pronunciassi il mio “Buongiorno/Buonasera”. Non capivo se tale episodio andasse numerato fra i tre rifiuti o se, al contrario, era un evento sporadico, fuori dal regolamento della nostra relazione.
Insomma, ho cominciato a perdere il conto, a fare fatica.
Patrizia è stata più brava di tanti amori platonici e di molte relazioni tossiche. Mi ha insegnato una lezione importante laddove i suoi predecessori mi avevano lasciato solo dolore: ci vuole feedback, collaborazione, reciprocità, le cose si fanno in due, l’incontro tra la propria complessità e quella altrui è possibile solo se ci si dà appuntamento a metà strada.
Salutarla in maniera incondizionata è stato un errore perfetto, e se avessi ascoltato il cuore avrei continuato a farlo in eterno, senza mai pretendere nulla in cambio.
Invece, inaspettatamente, un giorno ho ascoltato la ragione. E ho smesso.

Stamattina, mentre uscivo da casa ancora assonnato e sovrappensiero, fissavo un punto a caso del suo cancello aperto. Patrizia era alla mia sinistra, mi guardava a mia insaputa, e mi ha ferito al cuore con uno scanditissimo “Buongiorno!”, inaspettato, manco a farla apposta, come un giorno di sole a gennaio. In preda all’emozione dell’imprevisto, le ho risposto con un misto di trasposto e di imbarazzo, forse con eccessiva enfasi, e per un attimo i nostri occhi si sono sfiorati.
Ho pensato che, a partire da quel momento, la giornata poteva prendere una piega del tutto inaspettata, accogliendo imprevisti di ogni sorta: avrei potuto vincere un gratta e vinci, se solo avessi deciso di giocarlo, mi avrebbe telefonato qualcuno che mi ha spezzato il cuore, fingendo sulle prime di aver sbagliato numero, oppure avrei trovato venti euro per terra nell’attimo esatto in cui mi sarei guardate le scarpe per assicurarmi che fossero allacciate.

Dovrei pensare a tante cose stamattina, e invece non mi do pace, chiedendomi per quale motivo Patrizia abbia preso l’iniziativa di rivolgermi il suo saluto, senza limitarsi a guardarmi, dimostrandosi disponibile a ricevere il mio, come ai vecchi tempi.
Sarà che il valore delle cose lo capiamo solo quando non ce le abbiamo più, e che la prima regola di una relazione, “Farsi desiderare”, che lei conosce così bene, le si è ritorta contro?
Forse i buoni propositi per l’anno nuovo (ad esempio “essere gentili coi vicini”), in alcuni casi riusciamo a portarli avanti fino alla fine di gennaio? Il saluto ti Patrizia era solo un innocuo scherzo di Carnevale, legittimato dalla data in cui ormai si trova oggi il calendario?
Mi porterò questo interrogativo nella tomba.
Ma finché sono vivo e nel Samsara, visto che morirò studente e vado a scuola, dedico a Patrizia questa frase di Shakespeare: “Salutarsi è una pena così dolce che ti direi addio fino a domani”.

venerdì 27 ottobre 2017

Siamo nati tutti senza denti



Oggi, mentre facevo fisioterapia, il mio vicino di lettino era un uomo tra i settanta e gli ottant'anni.
Uno di quelli col corpo giustamente segnato dal tempo e la faccia piena di rughe, ma con lo sguardo ancora vivace e curioso.
Mentre si rivestiva mi ha guardato negli occhi e, sorridendo, mi ha detto in dialetto: "Che poi, se sentiamo ancora dolore vuol dire che siamo fortunati". In un attimo si è voltato e si è incamminato zoppicante verso la porta, prima che potessi rispondergli qualcosa.

Pochi minuti dopo ho finito anche io.
Volevo andare a comprare il disco di Colapesce, che è uscito oggi, ma il presentimento del centro afflitto dal traffico e di una probabilmente faticosa ricerca di parcheggio mi ha fatto cambiare idea.
Ho messo in moto e, sulla strada che trasformava la periferia in campagna, col finestrino abbassato e il sole in faccia, ho cantato ad alta voce, più volte, il ritornello della canzone di Colapesce.
Siamo nati tutti senza denti, tutti senza nome, come dei bambino torneremo felici. Mi sento bene con le scarpe nuove, mi sento meglio se mi baci al sole, sul nuovo disco da poter cantare. Mi sento totale.
Non so se qualcuno mi ha sentito. Non credo. Forse quel vecchietto sí.


https://m.youtube.com/watch?v=IGAyzdNiI5U

martedì 3 ottobre 2017

Dubbi? Boh!



Dubbi che, se mi passo la mano tra i capelli, restano tra le dita.
Li lascio cadere a terra, ma mi astengo dal gioire se non li vedo più: so già che faranno un agguato alla mia memoria corta quando li troverò in un angolo, sotto il letto, coalizzati con la polvere in un unico gomitolo, divertiti dal manico della scopa con cui invano speravo di sembrare minaccioso.

Dubbi trattenuti tra i denti sadici del pettine, ostacolati dal filtro del piatto doccia. Li butto nel water, da cui sale una puzza di dubbi che resta nell’aria.

Dubbi che, anche se stanchi e spezzati, mi restano aggrappati in testa. Dubbi nuovi, percettibili solo a un occhio pignolo, che si sporgono dalla fronte per dare un’occhiata timida a cosa c’è oltre il precipizio. 
Dubbi per poco messi in fuga dal rasoio, pronti a tornare, ripetendo instancabilmente i propri passi, sulla nuca e dietro le orecchie. Dubbi  sedati da uno shampoo  chimico, scaldati dal phon, la cui consistenza, talvolta, sembra quasi rassicurante al tatto.
Vivo sempre insieme ai miei “boh!”.

sabato 23 settembre 2017

(5 x 8) + 10 = ?




Ricordo ancora la mia preoccupazione mentre andavo dal fotografo.
Nel tempo trascorso dalla consegna del rullino fino a quel giorno, in cui stavo tornando da lui a ritirare le foto ormai sviluppate, mi ero chiesto se questo scatto sarebbe stato all’altezza del momento che volevo ricordare.
Perché era quello il motivo per cui, all’epoca, si scattavano le foto, no? Per aiutare la memoria a trattenere qualcosa di prezioso. Si sceglieva accuratamente cosa fotografare: i rullini costavano, così come lo sviluppo. Non potevi vedere subito com’era venuta la foto, né cancellarla e rifarla cambiando angolazione o smorfia del viso. Più che sedici anni fa, ahinoi, sembra un’altra vita.

Questa foto ce la scattò Giuseppe, l’amico che si imbarcò insieme a me nell’avventura di venirti a sentire sulle montagne avellinesi. Ce ne fece di nascosto altre due, senza che fossimo in posa: una mentre stavamo chiacchierando e l’altra mentre mi firmavi il tuo libro. Forse sono anche più belle di questa, che però è sempre rimasta con me, mentre quelle due sono in qualche scatolone a casa dei miei genitori.

Era la prima volta che ti ascoltavo dal vivo.
Prima di farlo avevo letteralmente consumato i tuoi dischi (all’epoca soltanto due). 
Ti scrissi una lettera a mano (anni dopo sarebbe diventato il titolo di una tua canzone) indirizzandola alla tua casa discografica, che stava facendo delle cose bellissime. Qualche mese dopo mi arrivò la tua risposta. Oddio, perfino le lettere scritte a mano, davvero una vita fa.
Poi ci evolvemmo, passammo alle mail. Cercavamo di fare in modo che tu venissi a suonare a Lecce, o quantomeno in Puglia, perché ancora non ti era successo di farlo. Le cose andarono diversamente, e infatti ci conoscemmo di persona un annetto dopo,  quando ero ormai una matricola universitaria a Napoli.
Ti avevano invitata a suonare in provincia di Avellino, in una sorta di garage travestito da discoteca: era una di quelle feste liceali che si svolgono centro giorni prima degli esami di maturità.
Che avventura arrivarci: in pullman da Napoli ad Avellino e con l’autostop (sì, l’autostop!) fino a Lacedonia.
Ad offrirci un passaggio fu il tipo che, dopo il tuo live, avrebbe fatto da deejay (o forse all’epoca si diceva ancora disck jockey?) e con il quale, durante la serata, litigai pure.
 Successe quando alcuni ragazzi del pubblico si mostrarono insofferenti alla seconda metà del tuo live, ansiosi di ballare. Anche il deejay fremeva per mettere i dischi e mentre io, temerario, armato di striscione (oddio, ma davvero?) invitavo tutti al silenzio perché volevo ascoltarti, lui, con disprezzo e pentimento mi disse in dialetto qualcosa che, pur indicandomi, sembrava stesse rivolgendo a se stesso: “E dire che a sto stronzo il passaggio per arrivare qui gliel’ho dato io!”.

Ci sarebbero stati altri tuoi dischi, avrei assistito a tanti altri tuoi concerti, e in Puglia saresti poi venuta a suonare senza troppi problemi. La tua voce e la tua musica, già bellissime,  lo sarebbero incredibilmente diventate ancora di più. Io, anche per merito tuo, lentamente avrei trovato il coraggio di cantare, qualche volta, fuori dalla mia cameretta da fuori sede (ormai diventato anche fuori corso). 
E, nell’oltrepassare la soglia di quella stanzetta, mi sarei presentato prendendo in prestito il titolo di una delle tue canzoni più belle, chiedendole la cortesia di starmi accanto e farmi sentire poco poco più sicuro.

Siamo meglio oggi, rispetto a questa foto? Io sicuramente sì. Stavo al primo anno dell’Orientale e, ahimè, si vedeva eccome. Oltre alle bretelle rosse di quello zaino fricchettone, sulle spalle avevo ben altri pesi che nel frattempo, poco alla volta, avrei fatto scivolare per strada.
Ne abbiamo altre di foto insieme, in cui entrambi siamo più fighi. Ma vuoi mettere questa, con l’ansia e la gioia della prima volta? Credo tu avessi la mia età attuale, mentre oggi, cara cuspide nata in giorno di equinozio, ne compi cinquanta. Auguri!