domenica 2 agosto 2020

Amen



Amore e bollore

Confondono le ore.

Ventilatore contro il tuo sudore

Una goccia ti scivola dalla fronte

Corre fino alla punta del tuo naso

E da lì si tuffa sul mio viso

a pochi centimetri sotto il tuo.

 

Amore e bollore

Confondono le ore.

Condizionatore contro il tuo sudore

La tua goccia,lancetta di un orologio

che segna un altro tempo

La pila è in perfetta salute

Ma batte i piedi a terra a modo suo

Regolare ma non convenzionale.

 

Amore e bollore

Confondono le ore.

Soffio un po’ di fiato contro il tuo

sudore

Un contagocce non ce l’ho e perdo il

conto

Pioggia delicata sulla terra

sopravvissuta all’afa

Il tempo sbanda, rallenta

Poi preme dolcemente la frizione

Frena.

 

Amore e bollore

Confondono le ore.

Qualche minuto di eternità.


sabato 11 luglio 2020

Non ad agosto e non a settembre


Adesso, proprio adesso.
A metà luglio,
non ad agosto e non a settembre.

Il sole asciuga in fretta

i panni stesi ad asciugare
mente abbacchia lentamente le intenzioni.

Prendere esempio dal sudore
che si lascia precipitare
dalla tempia alla mandibola.
Si chiede forse dove andrà a finire?
Si gode il piacere leggero della discesa.

Adesso, proprio adesso.
A metà luglio,
non ad agosto e non a settembre.

domenica 10 maggio 2020

Una cassa di te (senza accento)



“Poco prima che il nostro amore finisse, mi hai detto“Sono stabile come una stella polare”.
Ed io ho risposto: “Sempre nell'oscurità, come si fa a trovarla?”.
Comincia con questi versi una delle più belle canzoni sull’amore che continua dopo la separazione.
“A case of you”, questo il titolo, è la penultima traccia di “Blue” di Joni Mitchell, il suo album capolavoro che l’anno prossimo compirà cinquant’anni.
Una canzone delicatissima, in cui è difficile capire dove finisca la bellezza e dove cominici il dolore, a tratti perfino buffa, come quando il testo nomina il paese natale della sua autrice (il Canada) e lei ne approfitta per intonare un frammento dell’inno nazionale.
In un concerto londinese, eseguendo “A case of you” da sola, accompagnandosi col dulcimer, pare che Joni abbia introdotto la canzone dicendo: “Parla del primo rossore dell'amore, ma considerato dopo che l'infatuazione è passata e il romanticismo si è sbriciolato”.
Si dice che sia rimasta con gli occhi chiusi dopo averne terminato l’esecuzione.
Tali dichiarazioni ci fanno ascoltare diversamente perfino il bellissimo ritornello:

“Sei nel mio sangue come vino sacro
Sai di amaro e di dolce
Oh, potrei bere una cassa intera di te, mio caro
E continuerei a reggermi sulle mie gambe”

La metafora alcolica è perfetta per parlare di un amore di cui, sebbene ci stordisca, non ne abbiamo mai abbastanza. Eppure, se di una relazione si parla al passato, quella che apparentemente suona come una promessa cieca di devozione, si capovolge nel suo significato: i versi stanno dicendo che la passione si è fermata prima di trasformarsi in veleno, senza mettere in ginocchio l’individualità e l’amor proprio.
Come si fa a parlare bene e male della stessa cosa contemporaneamente, con toni poetici ma restando ancorati all’amara verità? Anni dopo, ripensando a quando  ha scritto e inciso l’album “Blue”, Joni Mitchell disse: “Nella mia voce non c’era neanche una nota disonesta. In quel momento della mia vita non avevo alcun tipo di difesa personale. Mi sentivo come il cellophane attorno a un pacchetto di sigarette. Mi sembrava di mostrare al mondo ogni mio segreto e non riuscivo a fingere di essere forte. O di essere felice. Il vantaggio fu che anche nella musica non c’erano difese”.

A lungo ci si è chiesto per chi abbia scritto “A case of you”, e tra gli indiziati ci sono nomi illustri, da James Taylor (che nella versione in studio suonava la chitarra acustica) fino ad arrivare a Leonard Cohen. Ma l’indiziato numero uno resta Graham Nash.
Lui, per stare con Joni, aveva lasciato la sua prima moglie, e aveva cambiato continente, trasferendosi in America dall’inghilterra. Ma i pettegolezzi sull’identità della musa ispiratrice perdono di’importanza quando, dopo il primo ritornello, Joni canta uno strano verso: “Sono terrorizzata del demonio e sono attratta da quelli che non ne hanno paura”.

In questi decenni hanno reinterpretato “A case of you” diversi artisti con la a maiuscola, compresi Prince e Tori Amos, giusto per citarne un paio. Ma, a parte l’originale, la mia versione preferita è quella di Salvador Sobral, in un suo disco live di pochi anni fa: privato della sequenza armonica introduttiva che l’aveva reso inconfondibile, il brano è strumentalmente ridotto all’osso, affidato a un minimalissimo pianoforte da lui stesso suonato.
Questo folletto portoghese, che si nasconde dietro i capelli e dentro una giacca che gli va evidentemente troppo grande, fino a farlo sembrare uno spaventapasseri, nella terza strofa, dopo aver cantato: “Ricordo la volta che mi hai detto “Amare è toccarsi l’anima”, per un attimo soltanto alza la voce.
E non in un punto a caso, ma prima di dire: “Di sicuro tu hai toccato la mia”: l’unica frase sicura  in un testo straziante.

Ci sono diverse immagini poetiche in questo brano, ma quella che amo maggiormente è la più semplice in assoluto. Torniamo all’inzio. Lui, che si chiami Graham, Leonard o James, prima che il loro amore finisca si definisce stabile come la stella polare. E come risponde, quando lei lo provoca, accusandolo di stare sempre nell’oscurità, chiedendo come sia possibile trovarlo?
Risponde così, con una frase semplice e bellissima: “Se mi vuoi, mi trovi al bar”.
Come se l’umanità fosse un minuscolo paese di provincia, con un’unica piazza e un solo bar.
Rilke diceva che l’eterno parla a bassa voce col quotidiano, o viceversa, non mi ricordo.  Di sicuro il tragitto che li separa è brevissimo.


https://www.youtube.com/watch?v=e5JnWhEqq1s

giovedì 2 aprile 2020

Puzzette


R., 8 anni, durante la videochiamata odierna su whatsapp, a un certo punto deraglia bruscamente off topic. Forse lo fa perché ne sente l’esigenza, può darsi che sia stanco.
Sebbene i sessanta minuti in cui lo aiuto a fare i compiti volino via molto velocemente,  glielo concedo. Magari è la volta buona che il cellulare di suo padre trova pace. Quella videocamera forse inquadrerà finalmente un punto fisso e il mio stomaco smetterà di fare la centrifuga insieme a lei.



R: - Lorenzo, ti piacerebbe essere un bullo?
Io: - Un bullo, io??? Mai e poi mai!

Segue mio inevitabile, doveroso, breve ma intenso monologo sul bullismo. Dal modo in cui l’ho preso sul serio, capisco di essere un po’ stanco anch’io.
Quando finisco di dire la mia, sperando di averlo fatto in modo convincente e non troppo retorico, gli rilancio la palla.

Io: - Perché me l’hai chiesto, R.? A te piacerebbe essere un bullo?
R: - Sì!
Io: - E come mai? Per fare cosa?

Quando ascolto la sua risposta rido e contemporaneamente tiro un sospiro di sollievo.

Provo a tranquillizzarlo, a dirgli che per fare ciò che desidera non serve essere un bullo nè tantomeno diventarlo. Ma in verità non sono sicuro di averlo convinto: col senno di poi, temo che che il suo desiderio non fosse generico ma collocabile precisamente nel cosiddetto qui e ora.



Chissà se c’entra qualcosa quel letto su cui lo intravedo, telefono iperattivo permettendo, col quadernone sulle ginocchia mentre prova a fare i compiti. Lo vedo accovacciato lì sopra  per sessanta minuti al giorno e neppure tutti i giorni, ma chissà quanto tempo starà passando lì sopra in questi giorni.

Chissà se c’entrano qualcosa la troppa permanenza nel suo bilocale, che ha grandi macchie d’umido sul soffitto, e la sopportazione logistica col fratellino minore, che sfida la sua e la mia concentrazione saltando su quel letto e gridando a intervalli regolari “Mamma!”.
Conosco l’ironia di R., estrosa e un po’ visionaria. Oggi, ad esempio, alla fine della videochiamata mi ha salutato dicendo: “Ci vediamo domani, lumaca!”. Eppure non sono proprio sicuro che prima stesse scherzando quando, in risposta alla mia domanda, ha detto:
- Io vorrei essere un bullo per fare le puzzette nei cortili degli altri!

lunedì 23 marzo 2020

Lasciarsi ispirare da un'emoticon



Ḗ possibile allenarsi a guardare l’altro concentrandosi su quello che c’è e non su quello che manca. Difficile, ma non impossibile. Alcuni esaltano questa possibilità come un pregio, se la rivendono come un merito. In realtà è solo un allenamento che, come molte altre pratiche, se esercitato con la dovuta costanza, non tarda a premiarti con dei risultati.

Facilita ad esempio la nascita di vincoli affettivi germogliati in contesti ostili e in barba a prerequisiti del tutto scoraggianti.
C’è sola una piccola controindicazione: quando ti stanchi di vedere il bicchiere mezzo pieno e metti l’altro sull’uscio, perchè fermo sulla soglia ti fa solo ombra, può diventare difficile dargli il calcio definitivo nel sedere, quello utile a spazzarlo fuori dal tuo campo visivo.
Succede perché hai interiorizzato l’allenamento allo sguardo positivo e questo presunto pregio, ormai abusato, ti si ritorce contro tramutandosi nel suo opposto, cioè in un difetto.
E allora bisogna ripescare l’antico consiglio dei nonni, quello che invitava a pensare alla salute. Avere l’intelligenza di fare per una volta quello che non fai mai: capovolgere completamente la prospettiva, concentrando l’analisi sull’altra parte, quella volontariamente trascurata. Sparare il faro sulle cose che in precedenza tu stesso hai spinto negli angoli, zumare sul bicchiere mezzo vuoto, su ciò che non c’è e di cui, ammettilo, senti la mancanza.
In casi estremi, imparare dalla semplicità brutale di un’emoticon può diventare l’uscita d’emergenza verso la salvezza. Ispirarsi ad un’emoticon serve a capire che è facile, basta veramente poco, anche fuori dallo schermo del telefono.
Al polso infatti è sufficiente eseguire una mezza pirouette per trasformare un pollice all’insù in un pollice verso.

sabato 12 ottobre 2019

Un centimetro al giorno




A volte siamo capaci di fare di tutto, pur di non fare l’unica cosa che desideriamo veramente.
Magari fosse una forma lucida di abnegazione, un voto consapevole di infelicità.
Purtroppo non è un’amputazione, non esce sangue e non ci sono cicatrici, almeno apparentemente.
Non c’è diagnosi, prognosi, decorso né convalescenza. In realtà stai benissimo.
Manca perfino un evento spartiacque, un trauma da scaraventare prima nell’oblio e da far riemergere poi attraverso ricordi confusi.
Succede un poco alla volta, abituandosi a fare spallucce, allenandosi a distogliere lo sguardo, continuando a ripetere: “Poi vediamo”.
Si possono coprire distanze enormi indietreggiando di un centimetro al giorno.

domenica 18 agosto 2019

Auguri, Soviet Kitsch!


Il 18 Agosto del 2004 usciva "Soviet Kitsch" di Regina Spektor.
Lo avrei scoperto, come molta della musica che ascoltavo all'epoca, grazie al mio amico Sergio, che mi faceva conoscere artisti nuovi tramite continui omaggi di cd pezzotti e  compilation miste.
Sì, "Compilation", all'epoca non si chiamavano mica "Playlist" e la musica, tra persone che si volevano bene, era uno scambio che passava ancora attraverso la materia.

Lo conobbi un po' in ritardo, Soviet Kitsch.
Allattava ancora dal grosso seno di sua madre Regina, che ha una sesta, ma indossava già salopette da 12 mesi e si esprimeva in balbettii, onomatopee e strane lallazioni, proprio secondo lo stile materno.
Ma che genere di musica era? Buh.

Erano canzoni dalla struttura standard, scritte e suonate da una ragazza bellissima e buffa che aveva studiato pianoforte classico, ma che le cantava in modo quasi comico, a tratti come un soprano, a tratti come una bambina, spesso dando l'impressione di essere completamente ubriaca.
La verità è che era un disco punk.
Non nei suoni  (ma anche sì: basti ascoltare "Your honor"), ma nel karma e nell'attitudine sì, profondamente.

Nel giro di poco tempo la sua mamma sarebbe diventata famosa, "Fidelity" ci avrebbe a lungo perseguitato in radio, il suo bellissimo video sarebbe stato trasmesso a tutte le ore su "All Music".
Sarebbero arrivati altri dischi ben vestiti, dal look accattivante, canzoni che sarebbero diventate sigle di altrettanto famose serie televisive, e quell'album sarebbe rimasto una cosa a parte nella discografia della sua autrice: un gioiello ruspante, sottoprodotto e spontaneo.

Io nel frattempo, un'estate, avrei trovato il coraggio di esibirmi per strada. 
In vacanza nel natio Salento, avevo scelto il lungomare di Santa Maria al Bagno e, senza amplificazione, sovrastato da un vicino karaoke, con uno scirocco che mi incollava i capelli sulla fronte e mi scordava una chitarra che non sapevo accordare, cominciai proprio da "Sailor Song", contenuta in quell'album del 2004, perché quel walzer di tre accordi aveva per me qualcosa di magico e rassicurante.
Una coppietta mi chiese se era una canzone di Bob Dylan e un bambino che si era avvicinato ad ancheggiare, mi mise un euro nel fodero della chitarra, incoraggiato da sua madre. 

Beh, auguri, Soviet Kitsch, che ti stai facendo grande.
Solo oggi, tramite un post su Instagram di mammata Regina Spektor, vengo a sapere che, come me, sei un Leone atipico, di quelli che con le mani smuovono in avanti l'aria e bruciano di nascosto, mandando in crisi gli esperti delle stelle.
Oggi hai quindici anni e no, non "piangi solo in bagno per la festa del tuo compleanno", ma sei un bellissimo adolescente silenziosamente ribelle.